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La comprensibilità dei testi

La comprensibilità dei testi

Usiamo il termine comprensibilità, nel titolo di questo post, che è più neutro.
Volevamo usare il termine “comprensione”, più adatto, forse. Ma troppo “giudicante”.
Nel senso che comprensibilità pone l’accento su chi scrive.
Comprensione pone l’accento su chi legge.
Ora, il problema di chi legge è abbastanza evidente, in questi ultimi anni.
E proprio per questo, forse, è chi scrive che deve recitare un ruolo ancora più importante e responsabile.

Comprendere

La comprensione di un testo è il risultato di numerosi processi: dalla lettura, alla trasformazione delle parole in concetti, dall’integrazione delle informazioni con le conoscenze pregresse, alla conservazione della memoria.

Purtroppo, ci tocca prenderne atto, le competenze di lettura degli adulti italiani sono tra le peggiori al mondo.

Lo rileva l’Ocse in un focus sulle “Adult skills”, secondo il quale la percentuale dei 16-65enni italiani con scarse capacità di lettura e comprensione di un testo arriva al 28%, contro una media Ocse che non supera il 15 per cento. Un’ultima posizione condivisa solamente con gli spagnoli (anche loro intorno al 28%), mentre gli altri Paesi restano tutti al di sotto del 20%, con picchi di eccellenza in Norvegia, Repubblica Ceca e Corea, che si assestano su valori vicini al 10 per cento.

“Nonostante i miglioramenti dei livelli di istruzione dei più giovani registrati negli ultimi anni – dice Francesca Borgonovi, analista Ocse – l’Italia è in fondo alla classifica per quel che riguarda le competenze di lettura degli adulti, che comprendono il riconoscimento e la comprensione di una parola scritta, di una frase e di un periodo più complesso”.

Ci sono 2 fenomeni collegati tra loro, che in questi anni sono diventati particolarmente evidenti:

  1. Il cosiddetto analfabetismo di ritorno: quel fenomeno attraverso il quale un individuo che abbia assimilato nel normale percorso scolastico di alfabetizzazione le conoscenze necessarie alla scrittura e alla lettura, perde nel tempo quelle stesse competenze a causa del mancato esercizio di quanto imparato. 
Perché in molti luoghi di lavoro si è data poca o nessuna importanza alla formazione continua, a quel processo che porta ad apprendere costantemente, a rinnovare la curiosità e la voglia di conoscere.
  2. Il cosiddetto analfabetismo funzionale: che non riguarda, in senso stretto, la capacità di leggere o di scrivere. 
L’UNESCO definisce dal 1984 l’analfabetismo funzionale come “la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.
Quindi, mentre una persona totalmente analfabeta non è in grado di leggere o scrivere, una persona funzionalmente analfabeta ha una padronanza di una base dell’alfabetizzazione (può leggere e scrivere, esprimersi con un grado variabile di correttezza grammaticale e di stile, o svolgere semplici calcoli aritmetici) e riesce a comprendere il significato delle singole parole, ma non riesce, purtroppo, a raggiungere un livello adeguato di comprensione e di analisi che gli consenta di ricollegare contenuti nel quadro di un discorso complesso. Non riesce a farsi “una sua idea” su un fatto, un concetto, un racconto, potremmo dire, in termini molto semplici.

A questi va aggiunto un fenomeno strettamente correlato all’uso crescente e sempre più pervasivo di device tecnologici (smartphone, tablet, computer): il calo evidente della soglia di attenzione. Il tempo di attenzione reale su un qualsiasi elemento che leggiamo, vediamo, ascoltiamo, secondo alcuni studi, sembra essersi ridotto a 8 secondi.
 Sì, 8 secondi. Un po’ preoccupante, vero?

Far comprendere

Come dicevamo, la comprensibilità mette in gioco, invece, la capacità di chi scrive.

Un testo deve essere comprensibile per il lettore. Certo, contestualmente al tipo di contenuto e al tipo di pubblico. 
Certamente un post social, per un prodotto di massa, non può essere scritto esattamente come un articolo su una rivista scientifica.

Però, per entrambi, i “toni di voce”, quello che è necessario è avere chiaro dentro di sé il concetto di comprensibilità.

Complesso e difficile da leggere non significa, più alto, più colto, più importante.

Significa noioso, piuttosto. E sul web annoiare significa automaticamente perdere un lettore e, probabilmente, un futuro potenziale cliente.

La scrittura su Web e Social

Sul web, anche gli utenti che hanno buone capacità di comprensione del testo, vanno molto di fretta. Bisogna quindi essere in grado di catturare da subito la loro attenzione se vogliamo che si fermino il più possibile sul nostro sito.

Cosa fare dunque? Nel momento in cui scriviamo, la prima cosa è avere bene presenti le necessità dell’utente.

È necessario mettere in evidenza ciò che serve e invogliare il lettore a leggere, cliccare, acquistare, scaricare e commentare.
Scrivere per il web, in questo contesto, diventerà sempre di più una capacità (skill) per nulla ovvia, scontata, alla portata di chiunque.

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