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Il conflitto, nella narrazione

Il conflitto, nella narrazione

conflitti, obiettivo, posta in gioco: la struttura della narrazione

Per dare gambe e fiato a una storia servono: obiettivo, posta in gioco, conflitto.

Se il nostro eroe non può imparare nulla, o superare delle sfide, come potremo far nascere l’empatia con il lettore?

Il conflitto è la questione o la problematica che, ad un certo punto della narrazione, irrompe nella vita dei personaggi, sconvolgendola.
Il conflitto narrativo è il motore del racconto, è ciò che muove in avanti la storia.
È la causa dello sviluppo della vicenda, perché determina il passaggio da un equilibrio iniziale (di calma apparente), all’equilibrio finale (la nuova condizione esistenziale dei personaggi).
I conflitti narrativi obbligano i personaggi a modificare sé stessi, idee, pensieri ed azioni nel tentativo di fronteggiare il problema che ha sconvolto le loro vite.

Una storia o anche semplicemente una scena senza un conflitto tra il protagonista e le forze avverse (che sia un personaggio o delle situazioni), non può essere definita narrazione.

Questo ovviamente non significa che il protagonista debba obbligatoriamente prendere a mazzate il suo antagonista o che solo le storie di guerra possano definirsi narrazione.
I conflitti, infatti, sono molteplici, per intensità e tipologia, spesso molto profondi e complessi.

Conflitti interni e conflitti esterni

Possiamo identificare due grandi macro-aree: i conflitti contro gli altri (esterni) e i conflitti contro noi stessi (interni).

L’antagonista, in questo contesto, non è detto che sia un semplice personaggio.
Non è solo il “cattivo”.
L’antagonista è semplicemente una maschera che qualsiasi personaggio può indossare. È tutto ciò che muove contro l’interesse e gli obiettivi del protagonista. Dal punto di vista psicologico, è lo specchio del protagonista: rappresenta le sue paure, le sue angosce… Il lato oscuro della sua anima.
L’antagonista è qualsiasi forza avversa che si abbatte sul nostro personaggio principale.
Allora nel conflitto esterno, contro la natura, per esempio, può essere essere la potenza distruttrice di uno Tsunami, un deserto arido, una bufera di neve mentre si scala una montagna, la sete che mette alla prova la resistenza e la sopravvivenza in un deserto arido.

Il conflitto nello storytelling aziendale

Quando applichiamo le tecniche narrative al contenuto un post social, a un articolo su un blog, alla pagina di presentazione di un’azienda, diamo realmente forza al messaggio e alla comunicazione.
In mancanza di un conflitto, si diceva, la storia non ha una struttura; quindi si tratterà della classica presentazione commerciale uguale a quella di tutti i concorrenti.

Per emergere e ottenere visite al sito, condivisioni, conversioni in lead e clienti serve qualcosa in più.

Inserire un conflitto all’interno della narrazione storia non significa necessariamente creare un dramma, parlare di sconvolgimenti epocali nella vita del protagonista.

L’importante è coinvolgere il pubblico, farlo “entrare” nella storia e suscitare la volontà di interagire.

Il protagonista è il nostro cliente (non siamo noi, l’azienda; il nostro cliente è il protagonista), il prodotto è l’oggetto magico, il più delle volte, che gli risolve il problema. Noi, l’azienda, siamo il mentore, la guida, che fornisce buoni consigli .
Il conflitto raccontato deve quindi corrispondere ai problemi e alle esigenze tipiche dei clienti della vostra azienda in ciascuna fase del cosiddetto customer journey.
Anche questo, insieme alla comprensione delle buyer persona (v. articolo sui micro-dati, per conoscere meglio il tuo cliente), è un elemento fondamentale per il successo di ogni strategia.

La soluzione

il bacio al principe ranocchio
Arriviamo, alla fine, all’ultimo componente dello storytelling: la soluzione.

Arriviamo, alla fine, all’ultimo componente dello storytelling: la soluzione.
Il pubblico, dopo essersi immedesimato con il conflitto vissuto dal protagonista, vorrà sapere cosa accade, come termina la storia e se ci sono stati dei cambiamenti nel personaggio.

Il racconto, nello storytelling aziendale, non deve necessariamente concludersi con un lieto fine.
La conclusione è necessaria perché il prospect (il potenziale cliente) possa identificare un legame tra la soluzione proposta dall’azienda e il finale della storia.
In questo modo, sarà invogliato ad eseguire un’azione.
Qual è il passo successivo che si desidera fare compiere al potenziale cliente? Una call to action per scaricare ulteriori contenuti? Un form di richiesta contatto?

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